Autistici/Inventati e il diritto di comunicare

Anche la nostra mailing list passava da Autistici/Inventati. Per questo la notizia che il collettivo abbia deciso di sospendere i propri servizi dopo 25 anni non ci arriva da lontano. È una cosa che ci riguarda direttamente. Ma è anche una vicenda che racconta qualcosa di molto più grande: cosa succede quando un’infrastruttura digitale indipendente finisce nel mirino di un governo straniero e quando la parola “terrorismo” arriva a comprendere non solo chi compie violenza, ma anche chi mette a disposizione gli strumenti per comunicare.

Il 26 agosto 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati nella propria lista delle organizzazioni sottoposte a sanzioni per terrorismo. Dieci giorni dopo, il 6 settembre, A/I ha annunciato la sospensione di tutti i propri servizi.

In mezzo, un dominio diventato irraggiungibile, un conto bancario sospeso, migliaia di utenti costretti a interrogarsi sulla sorte dei propri dati e una domanda che forse merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto finora: fino a che punto un’infrastruttura può essere considerata responsabile di ciò che fanno le persone che la utilizzano?

Ma cos’era, davvero, Autistici/Inventati?

Per chi non lo conosce, A/I può sembrare semplicemente un vecchio servizio di posta elettronica.

Nato nel 2001, è stato in realtà uno dei progetti italiani più longevi di costruzione di un’infrastruttura digitale indipendente. Metteva a disposizione gratuitamente email, mailing list, siti web, blog, hosting e altri strumenti di comunicazione a persone, associazioni, collettivi e movimenti.

Non era un’azienda tecnologica nel senso abituale del termine. Non vendeva pubblicità, non costruiva il proprio modello economico sulla profilazione degli utenti e non aveva come obiettivo trasformare le persone che utilizzavano i suoi servizi in una fonte di dati.

L’infrastruttura era sostenuta attraverso donazioni e lavoro volontario.

E soprattutto A/I non ha mai nascosto di essere un progetto politico. Si definiva apertamente antifascista, antirazzista, antimilitarista, anticapitalista e impegnato nella difesa della privacy e dell’autonomia digitale.

Non era quindi un servizio “neutrale”.

La sua ragione d’essere era proprio costruire strumenti di comunicazione per chi voleva sottrarsi, almeno in parte, alle piattaforme commerciali e ai loro meccanismi di controllo.

È anche per questo che negli anni è diventato un punto di riferimento per una parte molto ampia dei movimenti sociali italiani ed europei.

Secondo European Digital Rights, la rete arrivava a gestire circa 16.000 caselle email, 5.500 mailing list, 10.000 blog e 1.500 siti web.

Una piccola infrastruttura nata dal basso era diventata, nel tempo, un pezzo importante dell’internet indipendente.

E dentro quell’infrastruttura c’era anche la nostra mailing list.

La parola che cambia tutto: terrorismo

Il provvedimento americano non sostiene che Autistici/Inventati sia un’organizzazione che compie attentati.

La questione è diversa, e proprio per questo è importante raccontarla bene.

Il governo degli Stati Uniti sostiene che A/I abbia fornito infrastrutture e servizi tecnologici a soggetti che gli Stati Uniti considerano terroristici, citando in particolare il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

La designazione è stata fatta dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC), l’ufficio del Dipartimento del Tesoro americano che gestisce le sanzioni economiche statunitensi. A/I è stata inserita nella categoria delle organizzazioni Specially Designated Global Terrorist, una classificazione che comporta il congelamento dei beni sottoposti alla giurisdizione americana e il divieto per i soggetti statunitensi di effettuare determinate transazioni.

Il concetto centrale utilizzato dagli Stati Uniti è quello di “material support”, sostegno materiale.

Ed è qui che la vicenda si fa molto più interessante del titolo “gli USA sanzionano Autistici”.

Perché, nella ricostruzione americana, fornire servizi tecnologici a determinati soggetti può diventare una forma di sostegno al terrorismo.

Non stiamo parlando quindi di chi ha organizzato un attentato.

Stiamo parlando di chi ha fornito — tra le altre cose — strumenti per comunicare.

Ma quanto può essere lontana la responsabilità dall’azione?

È una domanda scomoda, perché non riguarda solo A/I.

Se una persona utilizza Gmail per organizzare un reato, Google è responsabile di quel reato?

Se un’associazione pubblica contenuti che consideriamo pericolosi utilizzando un servizio di hosting, il provider diventa responsabile di quei contenuti?

Se una mailing list viene utilizzata da un movimento politico, chi mette a disposizione la mailing list diventa responsabile di quello che vi viene scritto?

Normalmente distinguiamo tra un’infrastruttura e il suo utilizzo.

La posizione americana sul caso A/I rende invece molto più sfumato questo confine.

E questo è il punto politico che ci interessa.

Perché se il criterio diventa: “hai fornito uno strumento a qualcuno che io considero terrorista, quindi hai fornito sostegno al terrorismo”, allora il problema non riguarda più soltanto ciò che A/I ha fatto o non ha fatto.

Riguarda la possibilità stessa di costruire infrastrutture indipendenti e scegliere autonomamente a chi fornire servizi.

Non serve sequestrare un server

La parte forse più inquietante della vicenda è arrivata subito dopo la sanzione.

Il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile.

Non perché qualcuno abbia necessariamente spento fisicamente i server. Il problema ha riguardato il dominio, cioè quel nome che permette ai nostri computer di trovare il server a cui collegarsi. Il dominio è stato messo in stato serverHold, impedendone di fatto il normale funzionamento.

È un dettaglio tecnico che può sembrare insignificante.

Non lo è.

Perché significa che per rendere inutilizzabile un’infrastruttura non è indispensabile entrare nei suoi server. Può essere sufficiente intervenire su uno dei passaggi che permettono alle persone di raggiungerla.

E qui emerge un’altra caratteristica delle sanzioni americane: non hanno bisogno di essere applicate direttamente a ogni soggetto coinvolto per produrre conseguenze molto concrete.

Una banca può decidere che mantenere un rapporto è troppo rischioso. Un’azienda tecnologica può non voler fornire un servizio. Un gestore di pagamenti può interrompere una collaborazione.

Non necessariamente perché qualcuno glielo abbia ordinato.

Semplicemente perché nessuno vuole rischiare di finire a sua volta sotto sanzione.

Una decisione americana, conseguenze italiane

A/I aveva un conto presso Banca Etica dal 2018.

Dopo la designazione americana, la banca ha sospeso l’operatività del conto e ha avviato una valutazione sul rapporto.

È importante non raccontare questa storia dicendo che “gli Stati Uniti hanno ordinato a Banca Etica di chiudere il conto”: non è questo che risulta.

La questione è più sottile.

Una banca italiana si è trovata a dover gestire il rischio derivante da una sanzione decisa da un governo straniero nei confronti di un’organizzazione che opera in Italia.

È la forza — e il problema — dell’effetto extraterritoriale delle sanzioni.

Non serve che una legge americana venga materialmente applicata in Italia.

È sufficiente che un’impresa o un’istituzione italiana abbia rapporti economici, tecnologici o finanziari con soggetti che Washington ha inserito nelle proprie liste perché il rischio si propaghi.

È una forma di potere che passa molto meno dai divieti espliciti e molto più dalla paura delle conseguenze.

E nel frattempo, cosa succede a chi usava quei servizi?

Qui la vicenda diventa molto concreta.

Le migliaia di persone che utilizzavano A/I non sono state automaticamente accusate di nulla.

Ma hanno comunque dovuto fare i conti con le conseguenze della sanzione.

Chi aveva una casella email deve recuperare i propri messaggi.

Chi aveva un sito deve capire dove spostarlo.

Chi utilizzava una mailing list deve trovare un’alternativa.

Chi aveva affidato ad A/I anni di comunicazioni e archivi deve chiedersi cosa succederà ai propri dati.

E soprattutto si pone un problema che riguarda qualsiasi infrastruttura indipendente: quanto è realmente autonoma un’infrastruttura quando dipende da domini, banche, fornitori e servizi che possono essere sottoposti a pressioni esterne?

La risposta, nel caso A/I, è stata brutale.

Dopo 25 anni, il collettivo ha deciso di sospendere i servizi per non esporre ulteriormente le proprie utenti.

Perché questa storia ci riguarda

La nostra mailing list passava da Autistici/Inventati.

Per anni abbiamo utilizzato uno strumento costruito da persone che hanno scelto di non affidare tutta la comunicazione sociale e politica alle grandi piattaforme commerciali.

Non ci sembrava una scelta nostalgica.

Era, e continua a sembrarci, una scelta politica.

Perché una mailing list non è soltanto un pezzo di software. È un luogo di relazione, un archivio, una piccola comunità. È uno strumento attraverso cui persone che magari non si incontreranno mai fisicamente possono organizzare un’iniziativa, discutere, condividere conoscenze, convocare un’assemblea.

Quando scompare un’infrastruttura come A/I non scompare quindi soltanto un “provider”.

Scompare un pezzo di autonomia.

E non è necessario essere d’accordo con tutte le posizioni politiche di A/I per capire che cosa significhi.

Anzi, forse è proprio questo il punto.

La libertà di comunicare non può dipendere soltanto dal fatto che ciò che diciamo sia innocuo, popolare o gradito a chi detiene il potere.

Dopo A/I

Autistici/Inventati non era perfetta.

Non era neutrale.

Non voleva esserlo.

Era un progetto politico e tecnologico dichiaratamente schierato, nato dalla convinzione che fosse possibile costruire strumenti di comunicazione sottratti alla logica commerciale e, per quanto possibile, alla sorveglianza.

Possiamo discutere le sue posizioni politiche. Possiamo non condividerle. Possiamo discutere le sue scelte e il modo in cui ha gestito la propria infrastruttura.

Ma una cosa è il dissenso.

Un’altra è trasformare la fornitura di uno strumento di comunicazione in una forma di sostegno al terrorismo.

Perché se questa logica si afferma, la domanda non sarà più soltanto “che cosa hai fatto?”

Potrà diventare anche:

“A chi hai permesso di comunicare?”

E questa è una domanda che dovrebbe preoccuparci molto più della sorte di un singolo dominio.

Il 6 settembre Autistici/Inventati ha sospeso i propri servizi dopo 25 anni.

Per noi non è soltanto la fine di un servizio che utilizzavamo.

È la perdita di un pezzo di internet costruito dal basso.

E soprattutto è un promemoria: l’autonomia digitale non è qualcosa che ci viene garantito. È qualcosa che va costruito, sostenuto e difeso.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *