Goccia dopo Goccia: EduRaduno 2026

Ci sono esperienze che sembrano arrivare da un’altra parte della propria vita e che, invece, quando tornano, ci ricordano che non se ne sono mai andate davvero.

Per me è stato così con EduRaduno nel Bosco, che dal 24 al 26 luglio ha riunito a Genazzano educatrici ed educatori, operatrici e operatori sociali, insegnanti, studentesse e studenti e tante persone che, in modi diversi, si occupano di educazione e relazioni. Un appuntamento organizzato da EduRaduno APS, realtà nata nel 2007 proprio con l’obiettivo di creare uno spazio di incontro e confronto per chi attraversa professionalmente il mondo educativo e sociale. Dopo alcuni anni di pausa, il raduno è tornato quest’anno con tre giorni dedicati alla formazione, alla condivisione, alla natura e, non meno importante, alla cura di chi si prende cura degli altri.

Per me la partecipazione aveva anche un significato personale. Sono laureata in Educatore Professionale di Comunità e, anche se negli anni la mia vita lavorativa ha preso strade diverse, le competenze e lo sguardo costruiti durante gli studi continuano ad accompagnarmi. Li ritrovo soprattutto nelle attività sociali che porto avanti oggi, dal Gruppo Orto alla Città dell’Utopia nel suo insieme: uno spazio fatto di persone, relazioni, possibilità, differenze culturali e occasioni di apprendimento reciproco.

È stato quindi bello tornare, per un fine settimana, dentro un contesto in cui la formazione educativa non è soltanto teoria, ma esperienza, corpo, confronto e relazione.

Il bosco come luogo educativo

La prima cosa che mi ha colpita è stata, naturalmente, la location.

Ho dormito in tenda direttamente nel bosco de I Custodi del Bosco, a Genazzano, e credo che una parte importante della magia del raduno sia passata proprio da lì. Non eravamo semplicemente in un luogo immerso nella natura: per tre giorni abbiamo abitato uno spazio che è quotidianamente un progetto educativo.

I Custodi del Bosco portano avanti da anni un’esperienza di educazione in natura per bambine e bambini, ispirata all’outdoor education, alla didattica esperienziale e alla disciplina dolce. Il progetto si sviluppa all’interno di sette ettari di bosco e intreccia educazione, natura, agricoltura e sperimentazione sociale.

Ma leggere queste cose su una pagina web è molto diverso dal viverle.

Ringrazio quindi le educatrici e gli educatori dei Custodi per averci fatto respirare, anche solo per pochi giorni, la loro quotidianità fatta di cose semplici, di ottima cucina e soprattutto di bambini fantastici, che ogni giorno fanno esperienza della materna e della scuola elementare proprio lì, immersi nella natura.

E forse non è un caso che, in un raduno dedicato all’educazione, il bosco sia diventato quasi un formatore aggiunto.

Imparare facendo

Il programma prevedeva quattro workshop a scelta, all’interno di un’offerta molto ampia e volutamente trasversale: l’idea di EduRaduno è infatti quella di proporre strumenti e metodologie diverse, attraverso una formazione esperienziale e non frontale, capace di restituire la varietà del lavoro educativo.

Io ho scelto Educatori in Fabula, L’Ecologia del Conflitto, Essere mondo-fare mondo e Il primo Fuoco.

Quattro esperienze molto diverse tra loro, che proprio per questo mi hanno restituito bene la complessità di quello che significa lavorare nel sociale.

Il primo workshop, Educatori in Fabula, mi ha fatto incontrare una realtà che non conoscevo: PERLA Education APS, un gruppo di giovani professionisti e professioniste dell’ambito pedagogico e sociale, nato da un percorso condiviso iniziato già durante gli anni universitari. Oggi l’associazione lavora sul territorio romano attraverso attività educative, formazione e consulenza, mettendo al centro partecipazione, autonomia, inclusione e costruzione di reti.

Il laboratorio è stato un esercizio molto concreto: partire da situazioni educative che spesso ci lasciano nell’indecisione e provare a guardarle da punti di vista diversi.

Perché una delle cose che ho ritrovato con più forza durante questo raduno è proprio questa: nel lavoro sociale raramente esiste una risposta unica e definitiva.

Ci sono metodi, competenze, strumenti e riferimenti, ma poi ci sono le persone. E ogni persona porta con sé una storia, un contesto, una giornata diversa, una relazione diversa. Quello che funziona oggi potrebbe non funzionare domani. Bisogna continuamente osservare, scegliere, modificare, tornare sui propri passi.

È un lavoro che richiede competenza, ma anche una grande capacità di rimanere aperti.

Ed è stato proprio durante questo workshop che abbiamo capito che con PERLA Education potrebbero esserci interessanti possibilità di collaborazione futura sul territorio. Fare rete, in fondo, è una delle cose che più assomigliano al modo in cui intendiamo il lavoro anche alla Città dell’Utopia.

Il conflitto non è qualcosa da evitare

Con L’Ecologia del Conflitto, insieme a Carlo de Il Tetto Casal Fattoria, abbiamo invece lavorato. E “lavorato” è davvero il termine giusto.

Siamo partiti da una distinzione fondamentale: conflitto e violenza non sono la stessa cosa.

Da lì abbiamo attraversato diversi livelli del conflitto, partendo da quello intrapersonale, che in qualche modo condiziona tutti gli altri, per arrivare a quello interpersonale e poi alle dimensioni della mediazione e dell’organizzazione.

Il punto di partenza, però, era soprattutto un altro: il conflitto non va evitato.

Va riconosciuto, esplicitato, attraversato. Va vissuto e poi affrontato.

E deve essere sempre vissuto come occasione di apprendimento.

È un approccio che mi è sembrato particolarmente interessante anche pensando al lavoro di comunità. Quando tante persone si incontrano, collaborano, condividono spazi e responsabilità, il conflitto non è un incidente di percorso: è una possibilità concreta e quasi inevitabile.

Imparare a riconoscerlo prima che diventi violenza, imparare a nominarlo e a stare dentro la complessità delle relazioni può essere una competenza preziosa tanto in un gruppo di lavoro quanto in un orto comunitario.

Novanta secondi per raccontarsi

Dopo ogni sessione di workshop ci ritrovavamo tutti in cerchio.

Ogni gruppo aveva 90 secondi per restituire agli altri ciò che aveva vissuto nelle ore precedenti, attraverso una piccola rappresentazione collettiva.

Era un modo divertente, ma tutt’altro che superficiale, per condividere esperienze molto diverse e farle entrare nel patrimonio comune del raduno.

E soprattutto ci ricordava che non eravamo lì semplicemente per accumulare nuove informazioni. Eravamo lì per trasformare quello che avevamo imparato in qualcosa da restituire agli altri.

Guardare il bosco da un altro punto di vista

Nel mio sabato pomeriggio il ritmo è cambiato.

Con Essere mondo-fare mondo ci siamo immersi nella natura attraverso l’arte terapia. Carta e matita, il bosco davanti agli occhi e un invito molto semplice: disegnare quello che vedevamo.

Poi, però, abbiamo capovolto il punto di vista.

Abbiamo provato ad assumere quello dell’oggetto che avevamo appena disegnato, lasciandoci attraversare dalle sensazioni e dalle emozioni che la natura e questo cambio di prospettiva ci restituivano.

È stato uno dei momenti più leggeri del fine settimana, ma che mi hanno fatto riflettere: a volte basta cambiare posizione per cambiare ciò che stiamo guardando.

E forse è una delle competenze più importanti anche nell’educazione: provare ad abbandonare, almeno per un momento, il proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro.

Il bosco, intanto, era diventato una vera e propria galleria a cielo aperto. Due mostre di pittura erano state allestite direttamente tra gli alberi e, al centro del percorso, compariva il grande colibrì, simbolo di questa edizione di EduRaduno: “Una goccia alla volta”.

Il quadro era stato realizzato grazie al contributo di adulti e bambini e alle pennellate dell’artista Morris. Un colibrì costruito collettivamente, proprio come il raduno.

La metafora scelta da EduRaduno nasce dalla storia del colibrì che, davanti all’incendio della foresta, continua a portare una goccia d’acqua alla volta. Piccolo, ostinato, apparentemente insufficiente. Eppure presente.

Una metafora che, per chi lavora nel sociale, è difficile non sentire vicina.

Il primo fuoco

La domenica, quando ormai era evidente che il fine settimana stava finendo troppo velocemente, abbiamo incontrato Giovanni Faina di Oltre SAR, che ci ha regalato una piccolissima parte della sua grande esperienza nel mondo del survival.

Piccolissima, perché sarebbe impossibile condensare in un workshop tutta la competenza necessaria per affrontare l’ambiente naturale, ma sufficiente a lasciarci alcune conoscenze di base che credo tutti dovremmo avere prima di avventurarci, anche occasionalmente, nella natura.

Perché il bosco è bello, accogliente e capace di insegnare moltissimo, ma non è un ambiente privo di insidie.

Oltre SAR si occupa proprio di formazione legata alla sopravvivenza e al soccorso e Giovanni Faina è uno degli istruttori della scuola.

E forse non è casuale che l’ultimo workshop che ho scelto fosse proprio questo: dopo aver parlato di relazioni, conflitti, percezione e cura, tornavamo a qualcosa di estremamente concreto. Sapere dove siamo, riconoscere l’ambiente, avere qualche strumento per cavarsela.

Imparare, ma anche stare bene

EduRaduno non è stato soltanto formazione.

Le serate sono state un altro pezzo fondamentale dell’esperienza. Gli spettacoli hanno coinvolto anche i bambini dei Custodi del Bosco e sono stati uno spasso: divertenti, intelligenti, capaci di farci ridere e pensare contemporaneamente.

Dopo giornate piacevoli e coinvolgenti, ma anche impegnative, avevamo bisogno proprio di questo: rilassarci, stare insieme, ridere.

Il programma prevedeva infatti, accanto ai workshop e alle attività di gruppo, spettacoli, musica, incursioni artistiche e un Open Human Mic, pensato come spazio aperto per condividere pensieri, letture, storie, performance o semplicemente qualcosa che si aveva voglia di raccontare.

Le condivisioni sono arrivate anche da lì e dal cerchio finale.

Sono state profonde, ma allo stesso tempo armoniose.

Forse perché dopo tre giorni passati a imparare insieme, mangiare insieme, dormire in tenda, lavorare, giocare, discutere, ascoltare e ridere, qualcosa si era già creato.

Una comunità temporanea, ma vera.

Anche gli artigiani e le artigiane presenti hanno contribuito a questo clima mettendo a disposizione le proprie attività manuali e le proprie competenze: massaggi, manufatti, pratiche e saperi che ci hanno fatto tornare a casa decisamente più ricchi.

Una rete che continua

Sono tornata da Genazzano con tanti strumenti nuovi, qualche domanda in più e soprattutto con la sensazione che alcune competenze che avevo studiato tanti anni fa siano ancora lì, pronte a riemergere quando incontro i contesti giusti.

Forse è proprio questo che mi piace della formazione, quando è fatta bene: non ti riempie semplicemente di nuove informazioni. Ti permette di riconoscere ciò che già possiedi, rimetterlo in discussione e collegarlo a qualcosa di nuovo.

E in questo senso, per me, EduRaduno e la Città dell’Utopia si sono incontrati perfettamente.

Sono esperienze diverse, ma condividono una convinzione che sento molto forte: le comunità si costruiscono mettendo in relazione persone, competenze e desideri differenti. E si costruiscono facendo, provando, sbagliando, imparando dagli altri.

Un grazie speciale va a Sara e Giulia di EduRaduno, che hanno organizzato e gestito tutto questo con un amore tangibile, capace di arrivare fino a noi e di garantire il risultato splendido di questi tre giorni.

Sono entrambe attiviste che partecipano da tempo alle attività della Città dell’Utopia e vivere insieme questa esperienza ha consolidato un rapporto di stima, che era già forte.

E forse questa è una delle cose più belle che ci portiamo a casa dal raduno: non solo quello che abbiamo imparato, ma le persone con cui potremo continuare a costruire.

Perché, in fondo, una goccia da sola è soltanto una goccia. Ma tante gocce, insieme, possono diventare qualcosa di molto più grande.

E noi, alla Città dell’Utopia, siamo abituati a pensare che le cose importanti inizino proprio così: una persona, un incontro, un’idea, una mano che si aggiunge a un’altra, un seme da cui nasce nel nostro piccolo orto qualcosa di grande e più bello di quanto lo potessimo immaginare.

Una goccia alla volta.

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2 risposte

  1. Grazie mille Silvia di questo diario di bordo così preciso, accurato, inaspettato…sono senza parole! Poi mi spiegherai quando hai trovato il tempo. Un abbraccio forte

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