La collina che resiste: dal Casale Volpi alla Città dell’Utopia

Quando San Paolo era campagna

Oggi sembra difficile immaginarlo, ma dove ora si intrecciano traffico, palazzi e grandi strade, il quartiere San Paolo non esisteva ancora. C’erano prati, campagna aperta, sentieri sterrati, piccoli rilievi tufacei e casali sparsi. Ai margini della città si lavorava la terra, si allevavano animali e si attraversava un paesaggio fatto di orti, vigne e cave di pozzolana. Dove oggi sorge il quartiere si estendeva un pezzo di Agro Romano, tra la via Ostiense e la tenuta di Grotta Perfetta.

In questo paesaggio, su una collina affacciata verso Ostiense, nacque una storia che attraversa urbanizzazione, conflitti sociali, guerra e rinascita: quella della Collina Volpi e dell’attuale Casale Garibaldi.

La famiglia Volpi e la collina degli anarchici

La collina prende il nome dalla famiglia Volpi, arrivata a Roma da Acuto nel 1888. Tra loro emerse Augusto Volpi: operaio, oste, autodidatta e figura molto attiva nell’ambiente anarchico romano.

Augusto passò da impieghi umili – operaio al mattatoio di Testaccio, bidello, oste – fino a costruire un’attività economica legata a cave e fornaci. Con il tempo acquistò una grande proprietà sui colli di San Paolo, nei terreni della tenuta di Grotta Perfetta, tra via Ostiense e la nascente espansione urbana verso la Laurentina.

Qui sorsero una trattoria e il villino di famiglia. La trattoria Volpi divenne presto un luogo di incontro frequentato da lavoratori, attivisti e persone legate al mondo libertario dell’epoca.

Augusto investì molto nell’istruzione e nella diffusione di idee sociali, arrivando a conoscere personalmente Errico Malatesta, una delle figure più importanti dell’anarchismo italiano.

Nel tempo, quel luogo divenne così noto da dare il nome alla collina stessa.

Tra rispetto istituzionale e la scure del regime

La vita dei Volpi attraversa i momenti più caldi della storia italiana – dal regicidio di Umberto I all’ascesa del fascismo – sempre sotto la vigilanza della polizia. Eppure, la figura di Augusto gode di un rispetto che supera le barriere ideologiche.

Nei primi anni del fascismo, Volpi mantiene una fitta corrispondenza con l’ingegner Paolo Orlando per gestire l’esproprio di una parte dei suoi terreni, attraversati dalla nuova ferrovia Roma-Ostia. Non solo: nel 1920 Augusto viene invitato all’inaugurazione della Garbatella (la Borgata Giardino Concordia). Alla presenza di alte cariche dello Stato e dell’architetto Piacentini, i festeggiamenti ufficiali si chiudono proprio con un pranzo nella sua trattoria. La tregua però dura poco: alla fine degli anni ’30, con la stretta del regime, il Governatorato di Roma espropria quasi totalmente i beni della famiglia.

Il casale che non voleva scomparire

Con il secondo dopoguerra arriva il boom edilizio. Intere colline vengono sbancate, il cemento sostituisce la campagna e il villino dei Volpi viene demolito. La collina viene quasi cancellata.

Ma un frammento resiste: è il casale della vecchia trattoria, rimasto in piedi su uno sperone di tufo salvato miracolosamente dagli sbancamenti di via Leonardo da Vinci e via Chiabrera. Oggi lo conosciamo come Casale Garibaldi. Durante l’occupazione era stato un punto di appoggio sicuro per i partigiani della Resistenza; nel dopoguerra si trasforma in casa del popolo, spazio di incontro per politici socialisti e persino in sala da ballo per il quartiere.

Un nuovo capitolo: La Città dell’Utopia

Molti luoghi simili sono scomparsi. Questo no.

Ed è forse qui che la sua storia diventa ancora più interessante. Oggi il Casale Garibaldi ospita il Servizio Civile Internazionale (SCI Italia) e La Città dell’Utopia, laboratorio sociale e culturale nato per costruire pratiche di cittadinanza attiva, incontro interculturale, partecipazione, sostenibilità e trasformazione sociale.

È difficile non vedere una continuità simbolica.

Un luogo nato ai margini della città, attraversato dal lavoro popolare, dalla socialità e da esperienze politiche libertarie, oggi ospita attività che parlano di solidarietà, convivenza, mutualismo, educazione non formale, autoproduzione e immaginazione politica.

Naturalmente i tempi sono cambiati e le storie non coincidono. Ma qualcosa sembra essere rimasto: l’idea che questo spazio possa ancora essere un laboratorio sociale, un posto in cui incontrarsi, sperimentare e costruire relazioni.

La Città dell’Utopia non è soltanto un luogo. È, in un certo senso, un nuovo capitolo di una storia molto più lunga.

Una collina che non doveva esistere più.

E che invece continua, silenziosamente, a resistere.

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